PALERMO- Cinque condanne diventano definitive, quelle per Angelo Flores, Christian Maronia, Cristian Barone, Elio Arnao, Gabriele Di Trapani. I legali non si sono appellati. Una scelta mirata ad ottenere un sesto di sconto della pena così come previsto dalla riforma Cartabia. Per calcolare la riduzione si parte dalle rispettive condanne comprese fra 6 anni e 4 mesi e 7 anni. Solo Samuele La Grassa, che in primo grado è stato condannato a 4 anni, ha deciso di fare appello. Quest’ultimo non fece sesso con la diciannovenne, ma ammise di essersi masturbato. Il Tribunale gli aveva riconosciuto le attenuanti generiche e quella prevista per chi riveste un ruolo minore nella vicenda. Dunque, la ricostruzione dell’accusa ha retto; poggiava sulla denuncia della vittima, parte civile con l’assistenza dall’avvocato Carla Garofalo, e sul materiale investigativo raccolto dai carabinieri. Ma c’era anche il video dello stupro girato da Angelo Flores. Gli amici si alternavano durante il rapporto sessuale, lui riprendeva e rideva. A sostegno dell’accusa anche le intercettazioni: “Amunì ficchiamocela”; “Amunì che ti piace”; “Che ha preso un palo di petto?” Dopo essere andati via Flores scrisse a un amico: “Lei era tutta ubriaca… na scricchiamo tutti”. Il giorno che convocarono tre imputati nella caserma della compagnia di piazza Verdi i carabinieri accesero le microspie: “La struppiò… lei non voleva, faceva “”no, basta”… i pugni che le davano e pure gli schiaffi, non respirava e quello cercava di metterglielo nel c…”.
Rimane pendente in Cassazione la posizione di Riccardo Parrinello, il più giovane del gruppo processato separatamente (non era ancora maggiorenne) e già condannato in appello (fra tutti ha avuto la pena più pesante: 8 anni e 8 mesi). La notte dello stupro inviò dei messaggi audio ad un amico. Un’ora dopo che la diciannovenne era stata abbandonata in strada, davanti a Porta Felice, Parrinello diceva: “Compà l’ammazzammu… ti giuro a me matri l’ammazzammu… ti giuro a me sviniu… sviniu chiossà di na vota… minchia sette… u vo capiri manco a canuscevo io compà… ficimu un macello n’addivirtemu”.
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